Il racket a Palermo non sembra essersi fermato nonostante la maxioperazione dello scorso 13 luglio, che aveva portato all’arresto di 22 persone ritenute vicine al gruppo criminale riconducibile al boss della Marinella Salvatore Verga, recentemente trasferito al regime del 41 bis. Secondo quanto emerge dagli ultimi accertamenti, alcuni degli uomini rimasti sul territorio avrebbero ripreso a esercitare pressioni nei confronti di imprenditori e commercianti, confermando la capacità del gruppo di mantenere una presenza sul territorio anche dopo il duro colpo inferto dagli investigatori.
Nuove intimidazioni contro chi ha denunciato il pizzo
A finire nuovamente nel mirino sarebbero soprattutto gli imprenditori che, nei mesi scorsi, hanno scelto di rompere il muro dell’omertà e denunciare le richieste estorsive. In alcuni casi si sarebbero verificati episodi di minacce e aggressioni, alimentando il timore di una nuova escalation.
L’area interessata comprende diversi quartieri della zona nord-occidentale di Palermo, tra San Lorenzo, Tommaso Natale, Sferracavallo e Zen, oltre al territorio di Isola delle Femmine. Una situazione che ha spinto le autorità ad aumentare l’attenzione sul territorio.
Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica ha disposto una presenza più costante delle forze dell’ordine nelle zone considerate maggiormente esposte, con l’obiettivo di tutelare gli operatori economici che hanno deciso di collaborare con la giustizia e di contrastare le pressioni della criminalità organizzata.
Lo Zen resta uno dei punti centrali
Tra gli scenari maggiormente monitorati dagli investigatori c’è ancora lo Zen, considerato uno dei principali punti di riferimento del gruppo. Secondo gli elementi raccolti nelle indagini, la banda avrebbe continuato a muoversi su più fronti, dal traffico di droga ai furti, tentando di consolidare nuovamente il proprio controllo sul quartiere.
Un altro capitolo riguarda il mercato abusivo di via Luigi Einaudi, dove gli ambulanti sarebbero stati sottoposti a richieste di denaro in cambio della possibilità di continuare a lavorare senza subire ritorsioni.
Gli investigatori stanno quindi cercando di capire se, dopo gli arresti di luglio, il gruppo sia riuscito a ricostituire una struttura operativa sul territorio e quali siano le persone rimaste in grado di gestire le attività criminali.
Caccia alle armi: nel mirino i kalashnikov
Parallelamente proseguono le ricerche delle armi che sarebbero state nella disponibilità del gruppo. Un’attenzione particolare è rivolta ad alcuni kalashnikov che, secondo quanto emerso dagli atti investigativi, sarebbero stati fatti arrivare alla banda mentre Verga si trovava detenuto in Puglia.
Le indagini stanno cercando di individuare i possibili nascondigli. Tra le informazioni al vaglio degli investigatori ci sarebbe anche quella fornita dal collaboratore di giustizia Alessio D’Agostino, che avrebbe indicato un possibile deposito nella zona dell’Acquasanta. Non viene però esclusa la possibilità che altre armi possano essere state occultate allo Zen.
Nel corso dell’operazione di luglio erano state sequestrate anche due bombe a mano, elemento che aveva confermato la disponibilità di un arsenale particolarmente significativo. L’ipotesi investigativa è che il traffico di armi possa essere stato inserito in una rete più ampia, con passaggi attraverso altre regioni italiane e possibili collegamenti con l’estero.
Gli attentati contro Tommaso Dragotto
Un altro filone dell’inchiesta riguarda gli episodi intimidatori ai danni dell’imprenditore Tommaso Dragotto, titolare di Sicily by Car.
Nel mirino degli investigatori ci sono diversi episodi: dagli spari esplosi contro strutture riconducibili all’imprenditore fino agli incendi che hanno interessato il deposito di via San Lorenzo e un punto vendita a Villagrazia di Carini, quest’ultimo inaugurato soltanto pochi giorni prima dell’attacco.
Dalle intercettazioni sarebbero emersi riferimenti alla necessità , secondo gli esponenti del gruppo, che Dragotto versasse denaro. Gli investigatori stanno tuttavia verificando se dietro gli episodi ci sia soltanto una logica estorsiva oppure se esistano altre motivazioni e ulteriori interessi criminali.
Tra gli elementi sotto esame figurano anche un messaggio intimidatorio ricevuto sui social e un biglietto trovato all’interno di un’auto, sul quale sarebbero stati annotati alcuni nomi.
Il collegamento con l’incendio alla stazione di servizio
Gli accertamenti hanno inoltre portato gli investigatori a esaminare un possibile collegamento con l’incendio dell’impianto di lavaggio di una stazione Q8 di via Lanza di Scalea.
Secondo quanto ricostruito, si tratterebbe dello stesso impianto utilizzato abitualmente per il lavaggio dei veicoli di Sicily by Car. Per l’attentato sarebbe stata utilizzata una Fiat Panda risultata rubata, successivamente collegata a due giovani ritenuti vicini all’ambiente dello Zen e arrestati nell’ambito della prima operazione contro il gruppo.
Anche il sopralluogo effettuato il giorno precedente all’incendio è finito sotto la lente degli investigatori. Due uomini sarebbero stati notati nella zona a bordo di una Jeep, risultata intestata al marito della titolare di una società di autonoleggio, mentre la proprietà effettiva del mezzo sarebbe riconducibile alla stessa azienda.
Tutti questi elementi sono ora oggetto di ulteriori verifiche. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire la rete di rapporti, movimenti e interessi che potrebbe collegare le diverse intimidazioni e comprendere se dietro gli episodi ai danni di Dragotto si nasconda una strategia criminale più ampia rispetto al semplice racket.
Le indagini restano in corso e, per le persone coinvolte, valgono le garanzie previste dalla legge e la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

