Infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici, maxi operazione a Messina: 12 indagati (I NOMI)

L’indagine dei Carabinieri ipotizza l’esistenza di un’organizzazione che avrebbe gestito illecitamente lavori pubblici in Sicilia e Calabria. Contestati anche riciclaggio, subappalti irregolari e frode nelle forniture

I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Messina, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia, hanno eseguito un’importante operazione nell’ambito di un’inchiesta che punta a far luce su un presunto sistema illecito nella gestione di appalti pubblici.

Il provvedimento cautelare, disposto dal giudice dopo gli interrogatori preventivi di gran parte degli indagati, ha portato agli arresti domiciliari di sei persone e all’applicazione del divieto temporaneo di contrattare con la Pubblica amministrazione nei confronti di altri sei imprenditori.

Secondo gli investigatori, al centro dell’inchiesta vi sarebbe una struttura organizzata capace di controllare, in maniera occulta, l’esecuzione di numerosi lavori pubblici affidati da diversi enti.

L’ipotesi investigativa: una struttura parallela per controllare gli appalti

La Procura antimafia contesta agli indagati il reato di associazione per delinquere, ritenendo che il gruppo avesse creato una sorta di organizzazione “ombra” capace di assumere il controllo operativo di importanti cantieri pubblici.

Le imprese aggiudicatarie degli appalti, secondo l’accusa, avrebbero affidato illegalmente a questa rete l’esecuzione delle opere, compreso il reperimento di mezzi e personale, eludendo le procedure previste dalla normativa.

Le attività finite sotto la lente degli investigatori riguardano lavori commissionati, tra gli altri, dal Consorzio per le Autostrade Siciliane (CAS), dall’Ufficio del Genio Civile di Trapani, dal Comune di Brolo e dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Il ruolo del principale indagato

Per gli inquirenti il punto di riferimento dell’organizzazione sarebbe stato un imprenditore messinese di 61 anni, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito della cosiddetta famiglia mafiosa dei “barcellonesi”.

Secondo la ricostruzione accusatoria, l’uomo avrebbe diretto di fatto le attività nei cantieri attraverso una rete di imprenditori ritenuti compiacenti, utilizzando società intestate ad altri soggetti e ricorrendo a subappalti non autorizzati, noleggi fittizi e altre operazioni ritenute funzionali a nascondere il controllo reale delle commesse.

Tra i reati contestati figurano inoltre intestazione fittizia di imprese, subappalto illecito, frode nelle pubbliche forniture e autoriciclaggio.

L’indagine partita da una denuncia nel 2021

L’inchiesta ha preso avvio nel novembre 2021, dopo la segnalazione presentata dal rappresentante legale di un consorzio impegnato in lavori di difesa costiera.

L’imprenditore denunciò la presenza, all’interno del cantiere, del sessantunenne oggi considerato il principale indagato, nonostante il suo passato giudiziario. Da quella denuncia sono partite intercettazioni telefoniche e ambientali, accertamenti patrimoniali e verifiche fiscali che, secondo la Procura, avrebbero consentito di ricostruire il funzionamento dell’organizzazione.

Le investigazioni avrebbero documentato il coinvolgimento del gruppo nella gestione di numerose opere pubbliche, tra cui interventi di sistemazione idraulica a Brolo, lavori sugli impianti elettrici e di illuminazione delle autostrade A18 Messina-Catania e A20 Messina-Palermo, manutenzioni di cavalcavia, opere sul fiume Belice nel Trapanese e interventi di efficientamento energetico a Reggio Calabria.

Le presunte irregolarità nei cantieri

Secondo quanto emerso dalle indagini, nei cantieri sarebbero state riscontrate numerose anomalie.

Gli investigatori parlano dell’utilizzo di materiali non conformi rispetto a quelli previsti dai capitolati d’appalto, dell’installazione di impianti di illuminazione non rispondenti alle specifiche tecniche in alcune gallerie autostradali e dell’impiego di prodotti impermeabilizzanti di qualità inferiore nei lavori sui cavalcavia.

Contestato anche il ricorso sistematico a manodopera irregolare, che avrebbe consentito di ridurre i costi di esecuzione delle opere.

Fatture false e un presunto sistema di riciclaggio

Uno dei filoni più rilevanti dell’inchiesta riguarda il presunto meccanismo utilizzato per occultare il denaro proveniente dalle attività illecite.

Secondo gli inquirenti, alcune imprese avrebbero emesso bonifici verso il gestore di un distributore di carburante per forniture mai avvenute. Una volta ricevuti gli importi, il titolare dell’impianto avrebbe restituito il denaro in contanti, trattenendo una commissione.

Le somme sarebbero poi state utilizzate, secondo l’accusa, anche per il pagamento di lavoratori in nero. Il flusso economico ricostruito dagli investigatori supera i 377 mila euro.

Le misure cautelari

Il giudice ha disposto gli arresti domiciliari nei confronti di:

  • Francesco Scirocco, 61 anni, di Gioiosa Marea;
  • Gaetano Busà, 50 anni, di Messina;
  • Sebastianella Basile Calandra, 60 anni, di Messina;
  • Domenico Logozzo, 60 anni, di Reggio Calabria;
  • Michele Scaffidi Caruso, 58 anni, di Patti;
  • Carmelo Munafò, 46 anni, di Barcellona Pozzo di Gotto.

È stato inoltre disposto il divieto temporaneo di contrattare con la Pubblica amministrazione nei confronti di:

  • Angelo Barbetta, 44 anni, di Cosenza;
  • Emanuele Bonfiglio, 50 anni, di Messina;
  • Giovanni Iaquinta, 34 anni, di San Giovanni in Fiore;
  • Saverio Iaquinta, 62 anni, di San Giovanni in Fiore;
  • Massimo Piscitello, 50 anni, di Sant’Agata di Militello;
  • Carmine Sepe, 46 anni, di Napoli.

Le accuse sono formulate nella fase delle indagini preliminari. Gli indagati sono da considerarsi presunti innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.

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